STEFANO Agostino Emilio LEONI

 
 


 

 

 

 



Conservatorio Statale di Musica "G. Verdi"

via Mazzini, 11  10123 Torino



TESTO LETTERA DI DIMISSIONI DALLA CARICA DI VICEDIRETTORE DEL CONSERVATORIO:


[...], 20 settembre 2021

Al M° Francesco Pennarola Direttore del Conservatorio Statale di Musica G. Verdi Torino sua sede

oggetto: dimissioni dall’incarico di vicedirettore del Conservatorio

Caro Direttore,

in questo anno passato a lavorare fianco a fianco ho avuto modo di apprezzare la tua correttezza, l’equilibrio e il senso dell’istituzione, l’umanità e lo spirito che sovente hai dimostrato.

Mi trovo ora, con l’emanazione delle norme che limitano l’accesso alle strutture universitarie e Afam note come Green Pass, in una posizione difficile, che mi pone un grande problema di coscienza.

Di fronte alle narrazioni riguardanti la pandemia in corso e le cure o profilassi relative, sempre più si fanno in me strada i dubbi di opacità, tendenziosità, quando non di omertà o di effettiva disinformazione; anche in considerazione della prassi consolidata che ha riguardato appunto le “narrazioni” istituzionali che il sistema ha messo in atto nel Paese da diverse decine di anni in merito a accadimenti e periodi particolarmente critici del passato.

A prescindere però da ogni considerazione di questo tipo, che solo la Storia potrà forse chiarire, trovo che l’imposizione surrettizia di un obbligo alla vaccinazione o a pratiche comunque costose e invasive per l’accesso a luoghi di studio, di ricerca e di libera espressione del pensiero come le università, le accademie e i conservatori, rappresenti un arbitrio che, seppur fondato tecnicamente su norme di legge, non esito a definire eticamente disdicevole ed in contrasto proprio con i principi che il sistema educativo dovrebbe diffondere e difendere. In contrasto con quello che a mio giudizio dovrebbe essere un Istituto Superiore di Studi Musicali: uno spazio libero, aperto e inclusivo.

Inutile dire che rispetto ogni scelta personale in relazione alla vaccinazione o non vaccinazione, soprattutto se effettuata in libertà e con adeguata informazione di merito. Ma vedo intorno a me una deriva fatta di propaganda proterva e arrogante e di discorsi a senso unico, tesi a gettare discredito su ogni posizione critica, foss’anche la più garbata e scientificamente quanto metodologicamente corretta, una propaganda ultimamente mirata perfino a tacitare forzosamente ogni voce dissenziente, là dove il contraddittorio è sempre stato il sale della democrazia. La realtà è sempre complessa e come tale andrebbe indagata e letta, in primo luogo dalla scienza, per distinguere sempre la doxa dall’episteme, evitando le semplificazioni o gli slogan, nemici della ragione.

Se poi prevale la logica del maramaldeggiare, ne prendo atto con dispiacere, prima di tutto come cittadino.

Non arrivo a affermazioni come quella di Giorgio Agamben, che pur sento vicino come estetologo ad estetologo, ma credo che essa meriti un’attenta riflessione per l’oggi e per il domani; riflessione che ogni docente che si rivolge agli adulti del futuro dovrebbe fare: «L’Italia, come laboratorio politico dell’Occidente, in cui si elaborano in anticipo nella loro forma estrema le strategie dei poteri dominanti, è oggi un paese umanamente e politicamente in sfacelo, in cui una tirannide senza scrupoli e decisa a tutto si è alleata con una massa in preda a un terrore pseudoreligioso, pronta a sacrificare non soltanto quelle che si chiamavano un tempo libertà costituzionali, ma persino ogni calore nelle relazioni umane».

Per quel che rigarda la mia persona non ho preoccupazioni dirette: ho molta più vita alle spalle che davanti a me. Non vedrò il tempo in cui si chiariranno le cose, si capiranno le strategie, le tattiche, i giochi di potere ed economici, i vizi antropologici che da quasi due anni stanno imperversando. Ci vorranno ancora lustri per capire, per “svelare”, per indagare con la giusta prospettiva storico-critica.

Considero questa una crisi non semplicemente sanitaria, ma di sistema. Dell'amministrazione di questa crisi fa parte l'istituzione del certificato verde, che a mio avviso rappresenta, al pari di ogni analogo lasciapassare, uno strumento di restituzione condizionata, nella forma di concessioni, di quelle che precedentemente erano libertà.

La mia impressione, ovviamente da non-giurista, è che il c.d. “Green Pass” sia un abominio dal punto di vista legale, costituzionale, normativo (è in conflitto con gli artt. 3, 16, 32 della Costituzione Italiana e con il Regolamento U.E. 953/2021, n. 10), carente e confusionario sotto il profilo giuridico, giacché investe i Direttori Afam, i Rettori e Direttori di Dipartimento universitari di attribuzioni e competenze non di loro pertinenza. Non solo, è una forma surrettizia di coercizione e adesione forzata alla “campagna vaccinale”, istituendo de facto una pressione indebita su lavoratori (docenti, personale ATA) e studenti, inducendoli a sottoporsi all’inoculazione di un siero genico sperimentale dalla efficacia non ancora esattamente definita nella limitazione dei contagi e delle ospedalizzazioni e dagli effetti collaterali ignoti o colpevolmente ignorati (vedi la questione della farmacovigilanza passiva e non attiva).

Il certificato verde non sembra dirimente dal punto di vista della sicurezza sul posto di lavoro e di studio. Il rischio di contrarre e di diffondere la malattia nonostante l’immunizzazione comunque par bene esistere. Mi affido, da non esperto del settore, a fonti tendenzialmente accettate in termini istituzionali: la rivista «Nature» che sull’argomento dedicaunrecentearticolochecitastudi inquestosensodell’UniversityofWisconsin-Madison,dell’USCentersfor Disease Control and Prevention, dello Houston Methodist Hospital, dell’Imperial College di Londra ed altri.

Il c.d. Green Pass appare allora come uno strumento inadeguato per impedire il contagio, se ragioniamo di vaccinati. I tamponi, nella misura in cui i loro risultati sono istruttivi (e ci sono forti dubbi, anche formulati dall’OMS, al riguardo), dovrebbero essere non solo il meno possibile invasivi (cioè salivari), ma anche estesi a tutti a campione, inclusi i vaccinati, e gratuiti (come appunto i vaccini).

Ecco quanto sostenuto (tra gli altri) da Mariano Bizzarri della Sapienza di Roma: «il green pass non ha alcun fondamento scientifico e serve solo a discriminare chi non si vaccina». Lo stesso Andrea Crisanti, fautore della linea del governo, ha dichiarato: «Bisogna essere chiari e onesti con i cittadini, per evitare fraintendimenti. Perché sicuramente i casi non diminuiranno dopo l’implementazione» di questo strumento «e chi è contrario potrà dire che non serviva a nulla. L'utilità è convincere le persone a vaccinarsi». E si consideri l’ancor recente episodio riguardante i circa 50.000 partecipanti al Boardmasters Festival nel Regno Unito.

Se dunque rispetto le idee di chi pensa, in buona fede, che il dispositivo c.d. Green Pass nasca e viva in funzione dell'emergenza sanitaria, ritengo invece che esso rappresenti un veicolo attraverso il quale procedere all'infrastrutturazione di un sistema di controllo e di credito sociale che oggi ha un requisito obbligatorio di natura sanitaria, ma domani sarà capace di incorporarne altri e ulteriori.

Non sento alcun dovere morale di aderire a un sistema così concepito, che rappresenta comunque, anche volendo prescindere dalle intenzioni di coloro che lo hanno introdotto, un cavallo di Troia il cui contenuto è trasparente, per chi ne abbia studiato gli omologhi del passato. Il dovere morale che sento riguarda invece l'esercizio della mia professione di insegnante, che in accordo con l'articolo 54 della Costituzione sono tenuto a svolgere “con disciplina”, fino a quando quest'ultima non contrasterà con il requisito dell’ “onore” e con la fedeltà alla Costituzione stessa.

I docenti universitari e Afam e la didattica tradizionale sono oggi strumentalizzati per indurre i giovani a fare qualcosa che per essi potrebbe essere causa di danno sanitario superiore a quello che la “vaccinazione”, vale a dire il trattamento con un siero genico sperimentale e autorizzato in via emergenziale, pretenderebbe di prevenire. In altre parole, noi docenti siamo usati come specchietti per le allodole allo scopo di condizionare i nostri studenti a “vaccinarsi”, quando invece è loro diritto (riconosciuto a livello di leggi nazionali, europee e internazionali) deciderlo sulla base di un «consenso libero e informato».

In piena sincerità qui ti scrivo, nella consapevolezza che è anche la tua figura a essere investita e in non piccola parte snaturata da questo “nuovo corso”.

Son queste alcune delle considerazioni che mi portano a rimettere nelle tue mani, a far data da oggi e senza alcuna possibilità di ripensamento, l’incarico di vicedirettore del Conservatorio: per non sentirmi in qualche modo, come rappresentante dell’Istituzione, corresponsabile moralmente.

Certo: è necessario rispettare le leggi, ma si può, e per quel che mi riguarda si deve, almeno prenderne le distanze e denunciarne l’anomalia e l’aberrazione se si ritiene, in scienza e coscienza, che vi siano.

Condivido, con altri, quanto già sosteneva Sant’Agostino, quando scriveva che la legge non è distinguibile in alcun modo dall'arbitrio, una volta che viene separata dalla giustizia. Credo che ogni docente debba decidere come agire sulla base della propria coscienza etica e storica. Per quel che mi riguarda si tratta (citando il collega Marco Villoresi dell’Università di Firenze nelle righe che seguono) della «scelta di scegliere» indipendentemente dalle conseguenze, quella che «investe le condizioni di possibilità di ogni eventuale scelta, a partire dalla propria. Da qui la sua forza, ma anche la sua pericolosità e il suo rischio» (Giulio Giorello, Di nessuna chiesa. La libertà del laico). Sembra un atto di patetico integralismo intellettusale a vocazione pubblica, ma è tutt’altro: è un atto di necessità interiore, è la resistenza individuale, privata e obbligata, di chi intende, insieme alla sua libertà, conservare il rispetto di sé.

Nel ringraziarti per l'attenzione dedicatami, ti abbraccio con immutato affetto e stima e ti auguro buon lavoro

Stefano Leoni
docente settore CODM/03, Musicologia sistematica Conservatorio Statale di Musica G.Verdi Torino


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TERTIUM DATUR


Perseguire collocazioni terze, evitare la polarizzazione sistematica e perversa cui i media e la governance ci hanno indotto in questi ultimi decenni, puntualmente, pervicacemente, dalla politica (bipolarismo) ai social media (pollici, likes, commenti estremizzati e polemici) credo sia oltremodo arduo oggi. Nel nostro paese, ma penso bene anche in molti altri. In quanto cittadino italiano e quivi residente ragiono dei miei buoi, in ogni caso.

Resta difficile per chi voglia cercare di capire qualcosa di quel che ci accade intorno, trovare il modo di contemperare la razionalità e l’empatia, due qualità del tutto umane che ci permettono almeno di porci domande. Ché porsi domande è ciò che distingue il vivere dal sopravvivere, mi vien da dire.

La semplificazione forzata tipica della quotidianità porta a perdere di vista la strutturale complessità della realtà, sia essa pandemica o meno. La semplificazione forzata, il gioco al massacro, la delegittimazione reciproca è la vera malattia che si aggira nel paese. La reticenza nella narrazione diventa reticenza nell’ascolto: si racconta il Covid attraverso omertà, omissioni, letture a senso unico, parzialità colpevoli e non si instaura un dibattito civile, un contraddittorio serio. I fatti, da una parte e dall’altra, sono sovente obliterati da dati  inconsistenti quando artatamente filtrati. Politica, affari e scienza quando si intersecano generano mostri e finiscono con delegittimare se stessi nel tentativo di delegittimare l’Altro.

La stampa, i massmedia allineati, il pensiero unico trionfante. La critica lasciata troppo spesso ai facinorosi, colposamente ma pure dolosamente. L’immaginario collettivo ammaliato da parole d’ordine quali “senso civico” (sulla cui sensatezza fattuale ci sarebbe in ogni caso da discutere), o appagato da vittorie sportive che “illustrano” la nazione.

Ma a chi vuol essere laico quale spazio è concesso? A chi si pone domande, a chi  non crede “a prescindere”, a chi diffida dei banchieri e del Pil che deve crescere ad ogni costo, anche calpestando ogni etica del lavoro, per esempio. Solamente uno spazio interno, in una nazione alla deriva gestita bipolarmente da mentitori istituzionali e mentitori spesso in piazza, talora lasciati al libero sfogo affinché si invalidino da sé. Comunque non si smette di chiedere ragioni e spiegazioni, di pretendere meno arroganza e più trasparenza. Pur sapendo che si sussurra all’orecchio di un sordo. E in questa posizione terza, faticosamente mantenuta a costo di attacchi da un lato quanto dall’altro, non si cessa di domandarsi quali oscure ragioni generino scontri di assurdità, scontri di semplici falsità, di strategie surrettizie, esautoramento dei luoghi del potere legislativo.

Occorre allora continuare a riflettere, a non accontentarsi di verità assolute gridate da una parte o dall’altra: alla ricerca di semplici verità locali. Non le avremo, oggi. Forse neppure domani. Ma il senso del nostro essere “qui ed ora” è proprio nel porsi domande, nel porci e nel porvi domande.

V’è quasi da chiedersi se questa nazione, che tanto ha dato un secolo fa in termini di fascinazione collettiva nei confronti di un totalitarismo che di giorno in giorno, trasformava il discorso in propaganda e la propaganda in dittatura, se questa nazione e i suoi abitanti non siano stati scelti, a ragion veduta, per sperimentare nuove e più subdolamente moralistiche tattiche di contenimento. Come se sempre vivo fosse quell’assurdo, quel falso mito che fa degli italiani “brava gente”, incapaci di brutture e di eccessi prima o definitivamente “assolti” dalla retorica resistenziale e democratica dopo. La storia, con la quale ancora questo popolo tra i meno acculturati d’Europa, non ha fatto i conti, verrà a chiedere il conto, tra corsi e ricorsi.

È però nei momenti bui, di barbarie adialettica dilagante, di informazione che si fa entropia, che il pensiero può farsi più articolato; che la visione di un sistema complesso, fuori da ogni logica assiomatica o formale, si fa strada: si è costretti a riflettere, a prendere posizione, a ritrovare una dinamicità di pensiero che il rassicurante quotidiano aveva intorpidito. Si riprendono le misure, si screma e ci si alleggerisce, si ricalibrano le frequentazioni, si riprende in mano la propria coscienza politica, la propria essenza ideale. Mi auguro non sia solo una pia illusione.

Tertium, semper datur.



Stefano Leoni, 11.10.2021


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Docente di Musicologia sistematica (CODM/03),


coordinatore deI corsI di diploma accademico di primo E DI SECONDO livello in composizione ad indirizzo scienze storiche, critiche e analitiche della musica,


coordinatore progetto lifelong learning,


membro comitato scientifico galleria degli strumenti,


membro commissioni valutazione pubblicazioni E EDITORIALE


referente CONVENZIONE conservatorio/dams, unito


REFERENTE  E IDEATORE DELLA SUMMER SCHOOL DEL CONSERVATORIO




Universita’ degli Studi di Urbino,

via Saffi, 2    61029 Urbino (PU)



Visiting lecturer dellaWinter School "The Italian Renaissance: Art, Literature and Political Thought”

Già professore incaricato di Storia della Musica (2009-2015),

Membro del Lab for the Culture of the Artificial (LCA)









 


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Stefano A. E. Leoni,   musicologo

Those are my principles, and if you don't like them...

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(Groucho Marx)

LEONI, WHAT ELSE?